arriva settembre.
nonostante si provi ad arrivare preparati, non lo si è mai abbastanza.
a proposito di tutte quelle riflessioni che si mettono tra parentesi durante le festose vacanze estive a base di cocktail con l’ombrellino e sandali spaiati e che improvvisamente ci travolgono con la consapevolezza di quell’isola avvolta dalle nubi che è il concetto di “settembre”, segnalo un film uscito carbonariamente negli stati uniti e che non sembra avere una data di distribuzione italiana, tale “synecdoche, new york” (astuto calembour tra la città in cui si svolgono gli eventi narrati e la figura retorica della “parte per il tutto”).
trattasi dell’esordio alla regia del prolifico sceneggiatore Charlie Kaufmann, noto ai più per aver scritto “essere John Malkovich”, “se mi lasci ti cancello”, “confessioni di una mente pericolosa”, “il ladro di orchidee”.
dicono che i temi affrontati nel film , il taglio eccessivamente pessimistico ne abbiano decretato l’insuccesso.
mi viene in mente una scena, dove il protagonista, regista teatrale, prova a spiegare al cast e ai tecnici quello che vorrebbe trasmettere con il suo nuovo lavoro in fase di allestimento:”I’ve been thinking a lot about
dying lately. regardless of how this particular thing works itself out, I will be dying. So will you. So will everyone here. And I want to explore that unflinchingly. We are all hurtling toward death. Yet here we are, for the moment, alive. Each of us knowing we will die; each of us secretly believing
we won’t.”
chiudo con un monologo, interpretato da un prete, un’omelia funebre abbastanza sui generis che esprime un pò il messaggio del film:
“E’ tutto più complicato di quello che pensi. Vedi solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di fili attaccati a ogni scelta che fai; puoi distruggere la tua vita ogni volta che fai una scelta. Ma forse non lo saprai per vent’anni. E non riuscirai mai a risalire indietro alla fonte. E hai solo una possibilità da giocarti. Prova solo a capire il tuo divorzio. E dicono che non esiste il fato, ma esiste: è ciò che tu crei. Anche se il mondo va avanti per una frazione di una frazione di secondo. La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono. Qualcosa che ti faccia sentire connesso, che ti faccia sentire completo, che ti faccia sentire amato. È la verità è che sono così arrabbiato e la verità è che sono così triste, cazzo, e la verità è che ho sofferto, cazzo, per un cazzo di tempo lunghissimo, per quello stesso tempo in cui ho fatto finta di essere ok, giusto per andare avanti, giusto per, non so perché, forse perché nessuno vuole sapere della mia tristezza, perché hanno la loro e la loro è troppo opprimente per permettere di starmi a sentire o di curarsi di me. Be’, vaffanculo tutti. Amen”

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